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“Taxi Driver: la città, il trauma e il bisogno di senso. Uno sguardo psicologico, simbolico e filosofico”

di Daniela Gulino, Ph.D. – Psicologa clinica e simbolista

Taxi Driver (1976), con un magistrale Robert De Niro, non è semplicemente il ritratto di un uomo instabile. È un viaggio dentro una mente fratturata, una città che riflette quell’incrinatura, e un’epoca che non sa più dare senso all’esistenza. Per questo è un film che parla ancora oggi. E, spesso, parla proprio a chi soffre in silenzio.

Travis Bickle: quando il trauma incontra la solitudine

Travis è un ex marine tormentato dall’insonnia, dall’ipervigilanza, da improvvise esplosioni di collera. Questi segni, letti in chiave psicologica, richiamano un possibile quadro post-traumatico:

  • difficoltà a dormire,
  • percezione costante di minaccia,
  • pensieri intrusivi,
  • irritabilità,
  • confusione nel riconoscere i propri stati emotivi.

Ma il suo vero “nemico” non è solo il trauma. È la strong>solitudine profonda, quella che non fa rumore ma che divora da dentro. Travis cerca disperatamente un legame, un contatto umano, ma ogni tentativo si spezza: con Betsy, che idealizza e poi svaluta; con Iris, che trasforma nella missione impossibile di “salvare l’innocenza”. È qui che la psicologia illumina un punto centrale:
quando non riusciamo a riconoscere le nostre emozioni, iniziamo a proiettarle fuori.
La città diventa allora il contenitore di un malessere che Travis non può tollerare dentro di sé.

Il trauma della separazione forzata

La psicologia dello sviluppo è unanime: la separazione non necessaria è uno dei fattori di rischio emotivo più documentati. Non importa che la famiglia viva in città, in campagna o secondo uno stile non convenzionale.

Quello che conta è:

  • la qualità del legame,
  • la responsività dei genitori,
  • la stabilità affettiva,
  • la presenza di cure adeguate.

Quando un bambino viene allontanato in assenza di violenza, maltrattamento o reale pericolo, il suo cervello interpreta il cambiamento come: “perdita della base sicura”.

E la base sicura è ciò su cui si costruisce:

  • lo sviluppo cognitivo,
  • la fiducia negli altri,
  • la regolazione emotiva,
  • il senso di sé.

Da qui la potenza traumatica.

La città come specchio dell’inconscio

New York, di notte, è un labirinto di neon, violenza, rumori. Non è solo uno sfondo: è l’immagine simbolica dell’inconscio di Travis. La “sporcizia” che vorrebbe pulire, la corruzione che denuncia con disgusto, l’ansia che lo trascina nelle strade deserte sono tutte parti di sé che non riconosce, che rifiuta, che teme. La pioggia purificatrice che invoca è un desiderio di redenzione impossibile. È il grido interiore di chi sogna di cancellare un dolore che non ha mai potuto esprimere.

Il taxi: un utero di metallo che non protegge

Il taxi è un simbolo potentissimo. Spazio mobile, liminale, sospeso tra l’interno e l’esterno:

  • non è casa,
  • non è la strada,
  • è un “tra”.

Travis è lì dentro come un passeggero della propria vita, isolato dietro un vetro. Guarda gli altri vivere, amare, litigare, mentre lui resta escluso da tutto ciò che è umano. Dal punto di vista simbolico, il taxi è un’illusione di contenimento: un guscio che dovrebbe proteggerlo, ma che invece amplifica il suo vuoto.

L’identità che si specchia nella violenza

La scena allo specchio – “You talkin’ to me?” – è uno dei momenti più iconici della storia del cinema. Ma in chiave psicoanalitica, è anche un momento drammatico: Travis parla a un doppio immaginario. Si costruisce un sé alternativo, un eroe armato, un vendicatore che gli restituisca un valore che non riesce più a sentirsi addosso. La violenza diventa un linguaggio identitario: l’ultimo modo che ha per percepirsi vivo.

Filosofia: l’uomo moderno davanti all’assurdo

Da un punto di vista filosofico, Travis è un personaggio profondamente esistenzialista. Come l’uomo di Sartre o di Camus, si muove in un mondo che non riconosce più valori condivisi. Nell’assenza di senso, tenta di crearsene uno personale, anche se estremo. La violenza diventa una risposta alla nausea esistenziale, al vuoto, all’angoscia. In questa prospettiva, la sua trasformazione in “giustiziere” non è solo un delirio, ma il simbolo del rischio che corre chi, nella solitudine, tenta di darsi un’identità attraverso un atto radicale.

Perché Taxi Driver parla ancora alle nostre ferite

Perché in Travis rivediamo parti di noi:

  • il desiderio di essere visti,
  • la rabbia che maschera il dolore,
  • la paura di non valere abbastanza,
  • la tentazione di costruire identità rigide per sopravvivere all’incertezza,
  • la solitudine che ci abita anche nelle città più affollate.

Il film ci ricorda quanto sia fondamentale riconoscere le nostre emozioni prima che diventino troppo pesanti da portare da soli. E che il bisogno di senso, di relazione, di cura, non è un segno di debolezza: è profondamente umano.

Se senti che una parte di Travis ti assomiglia, anche solo un po’… parlarne con me può essere un passo per tornare a sentirti te stesso.

Sul mio sito trovi più informazioni e la possibilità di contattarmi in modo semplice e riservato.

Dott.ssa Daniela Gulino

Psicologa Clinica e della Riabilitazione, Ph.D.